Al numero 104 di via Carteria c’è una stanza, bianca, vuota.
E in quella stanza ci sono due divanetti rubati in una discoteca di provincia, due angolari e un portacenere. Tutti bianchi.
Siamo entrati sedici mesi fa (e bisogna continuare a nominare le nuvole, che nessuno lo fa).
Quando penso a quel contenitore bianco, vuoto, algido e romantico, rivedo le ore trascorse a celebrare le ore.
Sulle rive del Gange, ogni sera, milioni di uomini e donne abbandonano alla corrente piccole barche di foglie che trasportano fiori, incensi e stoppini infuocati.
Donne e uomini trascorrono il 27 di ogni mese in quella stanza bianca a celebrare la gratuità del tempo che scorre.
Nel 2007 sulla vetrina di quella stanza c’era una scritta, chiedeva agli uomini di farsi poeti, chiedeva loro di rallentare la marcia per rendere omaggio alla precarietà dell’esistenza.
Il primo di loro a prendere in seria considerazione l’invito aveva la barba.
E in quella stanza se n’è liberato, nel 2008.
Fausto Ferri ha perduto la barba, l’identità, il volto, l’abitudine. E sorride – blu - con l’ironia di uno scherzo bambino, guardandoti con le palpebre abbassate.
Franco Hüller
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